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Gli incendi devastanti in Patagonia argentina stanno distruggendo vaste aree di foreste native, pascoli e praterie, con oltre 36mila ettari colpiti dal 5 gennaio secondo l'Agenzia Federal de Emergencias (AFE). La provincia di Chubut è la più colpita, con fiamme che hanno raggiunto il Parco Nazionale Los Alerces, mentre Greenpeace stima danni superiori ai 40mila ettari.
Tre fattori principali alimentano la crisi: il cambiamento climatico con ondate di calore anomale (30-32 gradi) e siccità estrema, la proliferazione di piantagioni di pini esotici pirofiti che si rigenerano dopo i roghi, e i tagli drastici ai fondi ambientali del governo Milei. L'avvocato ambientalista Enrique Viale sottolinea come questi elementi si completino a vicenda, trasformando il territorio in una "polveriera".
Le temperature record e i venti forti complicano le operazioni di spegnimento, che coinvolgono vigili del fuoco, forze armate e aiuti dal Cile.
Sotto Javier Milei, il Servicio Nacional de Manejo del Fuego (SNMF) ha visto il bilancio 2026 ridotto a 20.131 milioni di pesos, un calo reale del 69% rispetto al 2023 e del 54% sul 2025, secondo la Fundación Ambiente y Recursos Naturales. Questo significa meno prevenzione, attrezzature e ore di volo (da 5.100 nel 2023 a 3.100 nel 2026), con sub-esecuzione cronica: solo il 22% usato nel 2024 nonostante 300mila ettari bruciati.
Alejo Fardjoume, delegato sindacale ATE, denuncia: "Il definanziamento è una politica deliberata", con solo 391 operatori invece di 700 e stipendi bassi (376-492 euro).
Migliaia di turisti e residenti evacuati (fino a 3.000 in Chubut), con 700 persone sfollate solo a Esquel secondo Caritas. Volontari locali suppliscono alle carenze statali, mentre il governo ha dichiarato stato di emergenza ma i tagli persistono, inclusi rischi per la Ley de Manejo del Fuego.
Questi roghi minacciano ecosistemi unici e comunità indigene, riaccendendo polemiche su negazionismo climatico e priorità Milei.
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